Ubu Rex

regia: Enrico Casale

in scena: Alessandro Cecchinelli, Maria Stella Di Biase, Davide Faggiani. Simone Biggi, Raffaele Briganti, Daniele Cappelletti, Ino Cecchinelli, Rossana Crudeli, Chiara De Carolis, Giovanni Franceschini, Davide Ragozzini, Paolo Turini.

Scenografie Alessandro Ratti e Officina Teatro De Carolis
Datore Luci Daniele Passeri
Suono Andrea Cerri

Costumi Rossana Crudeli, Davide Faggiani con Cristiana Suriani

Trucco Elisa Fialdini

Segretaria di produzione Sara Navalesi

Collaborazione artistica: Eva Babbini

Collaboratori: Michele Bedini, Rocco Malfanti, Marco Oligieri, Stefano Rolla, Ilaria Zappelli

RASSEGNA STAMPA E RECENSIONI

DOSSIER

L’INTERVISTA AI PROTAGONISTI

PROMO

PERCHE’ UBU:

Perché c’è l’urgenza di riflettere attorno al tema del potere, sulle sue forme, i suoi abusi e le sue banalità, nel contesto della nostra contemporaneità.

Perché la pièce di Jarry, nonostante sia del 1896, è ancora oggi un dispositivo eversivo, nel linguaggio e nella struttura drammaturgica, utile alla rappresentazione dello spirito del nostro tempo.

Perché quella dell’Ubu Re è una storia che ci permette di parlare dell’oggi senza inserire esplicitamente la realtà del nostro mondo.

Perché Ubu è anche altro: un bambino adulto, perverso, polimorfo e fragile, manipolato dalla sua Madre-Moglie, e allo stesso tempo manipolatore della sua corte e del suo popolo. Carnefice egoista e vittima del proprio ego, che trasferisce la sua natura di marionetta su un piano di riconoscibile umanità.

Perché Ubu è il primo sbeffeggiatore del potere che rappresenta, impedendo così qualsiasi forma di resistenza alla tirannia che va via via instaurando.

Perché permette di creare un gioco collettivo e corale, che non si spegne mai. Anche se ruota attorno a poche figure, riesce a dar vita ad un mondo autonomo, in cui tutti gli attori, figli e complici della società da loro stessi creata, esistono solo grazie alla loro fatica fisica e alla loro voce.

Perché nel signor Ubu, gli Scarti hanno visto un megafono per poter parlare della contemporaneità,in un paese dove sta sempre più prendendo campo un tipo di teatro che si appiattisce sui tempi e sui modi della televisione.

E la televisione, mai come oggi, è il potere.

I dodici attori danno vita allo spettacolo in un tappeto nero (il mondo intero), esattamente riprodotto da un fondale che lo replica a specchio. Tutto è a vista, ognuno può entrare e uscire da questo spazio scenico, tranne Ubu. Gli attori cambiano indumento e personaggio fuori da questo mondo-prigione e rientrano per partecipare alla follia e ai giochi (spesso al massacro) di Ubu. La costruzione delle sequenze, scandite da forti alternanze tra la luce e il buio, è scenograficamente affidata a sei moduli praticabili, che, di volta in volta, formano le architetture e gli ambienti più disparati (parti emerse dal tappeto come suoi prolungamenti a più dimensioni, figli, come il fondale, della stessa matrice originaria). Ogni personaggio indossa una tuta nera, interamente aderente e smanicata, che evidenzia il corpo in tutte le sue forme: gli attori sono dunque come nudi e pronti ad indossare i loro personaggi. I corpi, esposti nella loro immediata inermità, sono indifesi come quelli di mimi incapaci. A seconda delle necessità dell’azione drammatica, alla tutina-base si applicano i vari costumi. La dinamica dello spettacolo si sviluppa in crescendo, anche a livello scenografico: dall’essenzialità iniziale (due persone in scena), sino al finale, ridondante e barocco, ricolmo di oggetti, dove tutto il mondo di Ubu viene risucchiato dal fondale specchio: si apre per accogliere la Fine di lui, uomo ormai inutile a se stesso, in quel mondo, ma pronto a devastarne altri.

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