Canoe di popolazioni primitive

CANOE DI POPOLAZIONI PRIMITIVE

di Antonio Ianniello

con Michele Sinisi, Federica Santoro

produzione Gli Scarti/Kronoteatro Albenga

 

Un’immagine ci teneva prigionieri. E non potevamo
venirne fuori, perché giaceva nel nostro linguaggio, e
questo sembrava ripetercela inesorabilmente.-
(“Ricerche Filosofiche” § 115, Wittgenstein)
Il progetto vuole essere un’occasione di ricerca sulla base di un testo che è traccia, residuo di un desiderio
sfocato che solo attraverso la pratica scenica si definirà in qualcosa di compiuto.
Il testo ci riferisce di uno spazio circoscritto completamente vuoto.
In fondo c’è una piccola feritoia da dove, se dischiusa, proviene una forte luce che imbianca tutto.
Sono presenti due individui, un maschio ed una femmina. Una carrozzina al centro.
Nella carrozzina dovrebbe esserci un bambino nato da poco. Nessun vagito.
Lui non è il padre del bambino che giace nella carrozzina, ma vorrebbe acquisire una certa forma di
paternità, vorrebbe incidere un nome.
I gesti ripetitivi, le richieste ossessive giungono ad una fase di stallo: dischiusa la feritoia la luce sembra
rigenerare queste figure solitarie.
Lei ha in mano una busta con dentro dei pesci morti.
Lui vorrebbe battezzare con un nome l’esistenza.
Incastrati in un rapporto metafisico che esclude ogni piano intersoggettivo, le due figure fanno appello ad un
ordigno frutto della tecnica (un semplice registratore portatile) in cui sono custodite le parole del Padre,
parole che dovrebbero dare un senso.
Il Padre indica una strada, quella che porta al centro: “Figlio mio non dimenticare di inviarti le cartoline
quando vai al centro” – come se esistesse un centro occupato da un sé capace di abbracciare ogni cosa. I
saggi suggerimenti iniziano a trasformarsi in un lungo elenco di cose, di oggetti.
Nel tentativo di riascoltare le sagge parole del Padre, l’ordigno tecnologico fa risuonare solo una samba.
Una samba e basta.
Sulle note di questa samba una delle due figure prova ancora una volta a dischiudere la feritoia. Ora non
proviene più luce ma dalla finestra-feritoia sporgono grandi pacchi, imballaggi informi. Lui come con un
forcipe estrae questi pacchi dalla feritoia, pacchi che uno alla volta copriranno l’intero spazio, pacchi sotto ai
quali le due figure e la carrozzina piena-vuota soccomberanno.
L’uomo fondamento senza fondo si trova egli stesso ad aprire ed istituire il mondo. Resosi incapace
preferisce essere ente tra gli enti, una cosa tra le altre cose. I corpi oggetti anelano un senso che nessuno sa
più trovare. Il teatro mettendo in scena i corpi restituirebbe tragicamente la nostra condizione: l’oblio
dell’essere a favore dell’ente in un’ epoca dominata dalla tecnica.
Il tentativo è quello di creare un dispositivo che induca gli spettatori a guardare se stessi come soggetti che
costruiscono conoscenza e che parzialmente creano l’oggetto della loro cognizione.
Qui poniamo in soluzione due performers con una luce “Provvidenza” che amplifica e mette in risonanza
alcuni elementi testuali.
Durante il periodo di prove vorremmo sviluppare quelle risonanze, individuare strumenti per rendere il
dispositivo scenico più permeabile all’azione dello spettatore, per renderlo più attivo e produttore di
sollecitazioni.
Gli spettatori non sono più chiamati a riempire previsti vuoti nella narrazione ma a diventare attivi testimoni
che riflettono sulla loro stessa capacità di creare senso.