La Serva Padrona

vota pergolesi 2

SPETTACOLO FINALISTA AL PREMIO MYDREAM 2012 FONDAZIONE TEATRO PIEMONTE EUROPA
E ALL’E45 FRINGE FESTIVAL NAPOLI 2012

Con
Simone Bianchi
Alessandro Cecchinelli
Chiara Decarolis

Scenografie
Alessandro Ratti

Costumi
Sara Navalesi
Rossana Crudeli

Direzione musicale e arrangiamenti
Jacopo Simoncini e Andrea Cerri

Musicisti
Giacomo Lomasti (chitarra elettrica)
Gianmaria Molossi (basso)
Edoardo Galletto (batteria)

Mixaggio
Nik studio

Rumore
TMOTC

Assistenti alla regia e alla drammaturgia
Alessio Torreggiani e Davide Faggiani

Regia
Enrico Casale

Lo studio su “La Serva Padrona” nasce dalla ricerca e dalla riflessione sul tema del potere iniziata dagli Scarti con il precedente e fortunato spettacolo “Ubu Rex”.

Dal potere politico, statale si passa qui ad un potere “domestico”, intimo, interpersonale, nel quale i protagonisti sono quelli del celebre intermezzo buffo di Giovan Battista Pergolesi (1733), per secoli ritenuto all’origine di tutto il teatro comico in musica per realismo, freschezza e spiccata tendenza alla gestualità.

Un’opera immediata e dirompente che sollevò alla sua prima rappresentazione a Napoli nel 1733 una disputa tra intellettuali, la cosiddetta “querelle des bouffons” ed è anche oggi considerata una delle tante opere che celebra il primato della donna scaltra sull’uomo prepotente ma facile da ingannare.

L’intermezzo, diviso in due parti, racconta, con dialoghi serrati, della capricciosa e intraprendente Serpina, serva del ricco Uberto – scapolo impenitente – che, complice la natura del padrone, debole e titubante, si permette in casa ogni prepotenza.

Per sottrarsi alla tirannia della ragazza, l’uomo le annuncia che intende sposarsi. Serpina comprende in fretta che la moglie dovrà essere lei ed escogita un piano: annuncia le nozze con un certo capitan Tempesta, che in verità è il servo Vespone.
Nello studio degli Scarti, i tre personaggi sono rinchiusi in una casa che sa di condominio popolare, dove ognuno vive, o meglio sopravvive, confinato in una stanza-cella.
Nella casa risuonano molti ordini, perché apparentemente ci sono delle gerarchie di partenza tra chi serve e chi è servito, chi comanda e chi ubbidisce.
Ma in una situazione così esasperante basta pochissimo per ribaltare tutto: l’ordine diventa dipendenza, la servitù diventa potere. Ognuno ha e si passa il potere, come se ci si passasse un oggetto che potenzialmente può uccidere ed ogni manifestazione emotiva arriva all’esasperazione: violenza, paura, disgusto, commozione.
Un continuo ribaltamento di gerarchie che porta allo scambio d’identità, con il maschio padrone che si trasforma in femmina, e la femmina serva che diventa padrona e assume il ruolo maschile per trasformare anche l’atto sessuale in un’affermazione del proprio potere sull’uomo assoggettato.

E poi c’è la musica: la bellezza armonica, tutta settecentesca, barocca, simmetrica, viene qui violentata e sfondata. Le arie di Pergolesi diventano pezzi ruvidi, rabbiosi, punk, techno, scandendo lo svolgimento delle scene, tra una catastrofe (potenziale o meno) e l’altra e accompagnando la tensione crescente che si crea tra i tre personaggi, in cui ruolo centrale lo assume proprio il servo Vespone, fino alla catarsi finale.