Mondocane

un progetto di: Daniele Turconi

ideazione, regia e scrittura scenica: Daniele Turconi

assistente alla regia: Matteo De Blasio

interprete: Daniele Turconi

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Più che un monologo, un non dialogo con la madre e con la ex fidanzata, nel quale il protagonista, usando come arma la menzogna, intraprende una lotta passiva contro gli altri e ciò che lo circonda, lasciandosi scorrere addosso una vita imprendibile, indomabile e a volte crudele. La menzogna appunto, e il mio rapporto con essa sono il tema centrale del lavoro. L’urgenza che mi ha portato a cominciare questo progetto è la mia condizione di venticinquenne condannato a morte ogni giorno dai telegiornali, con i sondaggi sull’andamento del paese, sulla pensione che non vedrò mai, sul lavoro che non avrò mai, sulla vita che non avrò mai. Bombardato ogni giorno dalle previsioni di un futuro infernale, ho voluto lavorare sull’unica cosa che ci può salvare quando stiamo precipitando a caduta libera in un mare di problemi non nostri, la speranza di una seconda possibilità.

Il protagonista ha appena finito il suo esame di maturità ed è deciso a fare l’avvocato, figura lavorativa in cui vede una possibilità di cambiamento e riscatto. Quelli con madre, Ragazza e pubblico sono dei non dialoghi, perché invece che cercare una comunicazione, il protagonista usa le parole per costruirsi dei muri che lo separano dalla realtà.

Egli costruisce mattone dopo mattone un instabile castello fatto di piccole bugie, che alla fine gli crollerà addosso inesorabilmente. Tagli temporali netti lo fanno scorrere di colpo avanti di mesi e a volte anni evidenziando in modo grave la sua progressiva sconfitta, prima come studente, poi come lavoratore e poi in quanto uomo. Così tira avanti, tra una bugia e l’altra, tra uno stage e l’altro…apparentemente in movimento ma in realtà fermo ad aspettare la disfatta. Solo il ritorno improvviso della sua ex fidanzata sembra smuoverlo definitivamente da questa passività e immobilità a cui si è autocondannato, peccato che la ragazza in questione, lo stia cercando nella città sbagliata, facendo crollare anche l’ultima speranza del protagonista che però si accorgerà alla fine di essere di nuovo all’inizio.

La mia condizione personale influisce in maniera tremenda nel lavoro, io come il mio protagonista, sono bloccato, inerme…mi faccio schiacciare da tutto per poi esplodere nel momento meno opportuno. Mi attacco a un filo del telefono, metafora di rapporti gelidi, disumani, telematici, distanti. Mi lascio strozzare dalla comunicazione fredda che non comunica nulla e faccio finta che tutto vada bene, che non sia tutta colpa mia, mi diverto e mi crogiolo nella mia condizione di condannato non facendo mai veramente quello che serve per scrollarmi di dosso tutto il fango che ogni giorno, la politica, la famiglia, i mass media, il vicino di casa e il datore di lavoro mi buttano addosso per farmi stare a posto, cioè governabile, rabbioso e mansueto nello stesso tempo, come un cane.

Fondamentalmente perché forse trovo conforto nel soffrire.

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